Pachamama09 never die

Nella più completa solitudine di una negozio vuoto, senza nessun cliente, insomma senza nulla da fare, mi sono ritrovato a sfogliare le pagine del bistrattato, a volte apprezzato a volte un po’ meno ma sempre amato (che parolone) blog pachamama09.

Sono passati quasi un paio di mesi dal ritorno in Italia, e sembra un secolo da quando tutte le mattine mi svegliavo per andare in ufficio a Llallagua o a fare festa a La Paz o a visitare qualche posto mezzo-esotico boliviano e a volte, quando si aveva fortuna, sudamericano. Bhe, sembrano parole banali e retoriche, che non mi piacciono per nulla da dire ma allo stesso tempo rispecchiano la realtà che sto vivendo. Perché la tanto attesa patria italiana già mi inizia a stufare, già quasi non ne posso più di Milano, mi ero scordato di quanto il cielo qui fosse sempre grigio e quasi mi sono dimenticato del cielo limpido e quasi sempre sereno Boliviano (ho la memoria un po’ troppo corta forse). Certo è che ormai sto intraprendendo una strada che spero mi porterà da qualche parte, cioè che già so dove mi porterà, a Milano, credo per un bel po’ di tempo. Però penso spesso con moltissima nostalgia all’anno passato, e se è vero che i ricordi che rimangono di più sono quelli belli e positivi e che la mente tende a cancellare gli episodi negativi che ti succedono, bhe ho la fortuna di avere tanti ricordi belli e positivi a cui posso attingere.

D’altronde però era questo che forse stavo cercando, anche se prendere una scelta è sempre difficile e quando si è presa ti chiedi com’è che hai preso questa e non quella strada, com’è che ti rinchiudi in un tuo mondo cancellando mille e mille altre possibilità di conoscere…ma forse è troppo presto per questi discorsi, lasciamo tempo al tempo.

¿La Fin?

E’ assurdo come una semplice strada cambi nel corso di un anno; ciò che prima guardavo estasiato, non riuscivo a staccare lo sguardo dal finestrino, a guardare il panorama, tutto diverso da quello che avevo sempre visto. Ed anche se la strada è fatta di terra e sassi, e l’odore all’interno del pullman non proprio da chanel numero 5 non mi importava, l’importante era ciò che stava fuori, ciò che non avevo mai visto. Dopo un anno la strada La Paz-Llallagua è rimasta uguale, sempre gli stessi sassi, sempre la stessa terra, sempre la stessa puzza da campesinos boliviani, però non è più la stessa cosa, non mi affascina più; mi porto sul pullman musica, libri, film o dormo, piuttosto che guardare il finestrino e quello che ci sta dietro che fino a pochi mesi fa era ispirazione di mille e mille foto.

Ora non vedo l’ora di arrivare, a Llallagua, in Italia; i dubbi però si fanno pesanti, il futuro sempre più incerto, le decisioni sempre più incombenti, la voglia di fare viene a mancare e così ci si ritrova a passare le ultime due settimane a Llallagua, senza sapere bene come occupare il tempo, in cerca di un futuro difficile da decifrare. Il tempo dei viaggi per quest’anno è finito (forse  solo un piccolo salto al machu picchu); senz’altro restano centinaia di posti incantati che un paese come la Bolivia ed un continente come il Sud America offre, la soddisfazione di averli potuti vedere, toccare con mano, fotografare con la camara gringo digital come diceva una guida nel salar de Uyuni. Anche Llallagua nel suo piccolo, è stato un posto da vedere, da viverci, forse, un pò meno. Mi chiedo se mi mancherà, così lontana da tutto, così ostile nel suo clima e con la tipica gente fredda di montagna; gente che ti guarda sempre stupita ma a cui tu non ci fai piú caso, eviti quasi gli sguardi, tanto ti da fastidio questo sentirti osservato.

Sicuramente mi mancheranno le persone incontrate, a cui sei costretto a dire arrivederci, che in molti casi poi si trasforma in un addio, e allora ti chiedi perchè non le puoi riunire tutte insieme queste persone, in un unico posto: quelle con cui hai passato una vita con quelle con cui hai passato un anno o anche solo qualche intenso mese.

Quindi arrivederci, o addio, pare stia per finire…

SI martin no volvìa con la bolsa colmada de brillantes libras esterlina, venìa en cambio provisto de otra riqueza que a veces vale màs que sendos talegos de dinero: de esa riqueza que, aunque sea a costa de glopes cruels, sabe enseñar a los hombres a vivir: la experiencia

Stranamente

La tanto sognata città, dopo tanto essere stata desiderata, questa mattina mi ha molestato.

Dopo aver dormito male, in un letto troppo piccolo per due; dopo aver bevuto un caffè che sapeva di spezie vecchie; dopo aver lavato la faccia, messo i pantaloni, ascoltato il parquè scricchiolante nel silenzio di altri sonni diffusi per la casa, ho aperto la porta che da sulla strada e il rumore del traffico mi ha invaso, immerso; il cigolio dei freni e gli sbuffi dei motori lasciavano il posto al fumo di vecchi autobus sesantenni. La sensazione era come di una banda musicale che inizia a suonare una morenada nella tua stanza mentre sdraiato ascolti un disco dei Kings of Convenience. Infastidito ho iniziato la giornata. Sarà che la campagna mi sta chiamando un’altra volta? Comunque non credo, e mando curricula a destra e a manca. Nonostante l’ultimo articolo, il futuro mi gira nella testa come una pallina della roulette: i pari sono l’Europa; i dispari il Sud America; lo zero L’Africa. Tutto è possibile… inoltre il mio oroscopo di fiducia dice che sta cominciando una grossa caccia al tesoro, e il tesoro non si trova per nulla dove io penso. Per trovarlo devo pensare a quale circostanza della mia vita mi ricorda metaforicamente un bar clandestino ai tempi del proibizionismo…ma quest’ultima non riesco a capirla! Forse quando di nascosto fumavo in bagno in tempi adolescenziali? E son tre giorni che non fumo più…

Mal di Pachamama

Por el suelo hay una compadrita
Que ya nadie se para a mirar
Por el suelo hay una mamacita
Que se muere de no respetar
Pachamama te veo tan triste
Pachamama me pongo a llorar

Esperando la ultima ola
Cuidate no te vayas a mojar
Esperando la ultima rola
Mamacita te invito a bailar

Por el suelo camina mi pueblo
Por el suelo hay un agujero
Por el suelo camina la raza
Mamacita te vamos a matar

Esperando la ultima ola
Pachamama me muero de pena
Escuchando la ultima rola
Mamacita te invito a bailar

Por el suelo camina mi pueblo
Por el suelo moliendo condena
Por el suelo el infierno quema
Por el suelo la raza va cienga

Esperando la ultima ola
Pachamama me muero de pena
Escuchando la ultima rola
Mamacita te invito a bailar

Pachamama09. L’abbiamo un po’ abbandonata questa piccola pagina web che ha accompagnato la nostra trasferta boliviana in questo anno incredibile.

Eh si, questa altra vita sta per finire, questa parentesi sudamericana piena di tante prospettive, curiosa all’aspettarla, occhi grandi nel vedere La Paz dalla sporcizia di El Alto la prima notte, cuore impazzito per l’altezza sul mare e per l’incontro col popolo boliviano. Mille altre sensazioni stanno segnando questo anno che sta per finire, sentimenti e pensieri fotografici che forse descriverò in un altro articolo. Solo qui mi soffermo sull’idea che sta per finire questa vita, che non è ancora finita ma che tra poco più di un mese finirà. Il sentimento di imminenza è diverso da quello di conclusione. Prima la contentezza dello star vivendo, la paura della fine di un periodo favoloso, il muovere la mente per capire dove potersi e volersi riarrampicare, per poter continuare l’ascesa e non precipitare nel vuoto; il non riuscire a trovare delle risposte certe, il fare delle ipotesi e sceglierle. Poi sarà tutt’altro, il volo sarà già cominciato e mi lascerò condurre dal vento, una volta scelta la parete da cui gettarmi.

L’anno sta finendo, e io probabilmente tornerò qua a breve. A fine settembre sarò in Italia, ma tempo tre settimana ripartrirò per la Pachamama. Perché? Perché no? Ma so che sarà un’altra vita, dovrò cercare lavoro, i compagni di viaggi se ne saranno andati e l’odore della Bolivia sarà diverso probabilmente, sarà più mio, più personale, più difficile, più solo. Ma di Italia ora non ne ho voglia, anche se gli amici e la famiglia mancano. Sarà forse solo per qualche mese, vedere che effetto mi fa prendermi la libertà di ripartire un po’ senza sapere dove arrivare. E poi ho un amore da affrontare, che voglio affrontare e provare a costruire. E questa giustificazione mi basta e mi avanza per ora. Ansia bella, un po’ paurosa. Sorrido e penso tanto. Rischio e muovo le gambe come un bambino che aspetta natale. Mi darò tempo fino a gennaio. Poi si potrebbe ritornare su una via più semplice.

Non vedo l’ora di riabbracciare tutti gli amici al mio rientro.

Venerdì sera in “Gloria”

Viva mi patria Bolivia, como la quiero yo…

fa una canzone popolare Boliviana e di solito si canta quando i bicchieri in corpo sono parecchi, e quando le danze sono già partite. Bhe, l’altra sera la canzone non è partita e neanche le danze, però con questo non voglio dire che non sia stata una bella serata, volevo, con quel verso, ridarmi il benvenuto in Bolivia, a Llallagua.

E’ una settimana circa che sono tornato a Llallagua, che mi ha accolto non proprio calorosamente,e non in senso figurato…. intendo dire che mi ha accolto con un freddo de puta madre, sole (vabbè non piove mai) , vento e temperature che scendono anche a meno 10 gradi centigradi, solo che non te ne accorgi perché il clima secco ti fa percepire un’altra temperatura, più alta forse ma che alta poi non è, e così il mal di gola vien quasi naturale.

Tipo il freddo che faceva l’altra sera, si diceva, venerdì sera per la precisione, compleanno del CAD (la nostra controparte). Si esce a festeggiare prima al Rosedal, il ristorante di fiducia del Pepe Lucho, si mangia bene, si mangia sicuro, e poi, per i pochi sopravvissuti alla planchita, immenso piatto composto di: carne bovina, pollo, patatine fritte, uovo, cipolla e sottaceti cotti tipo “paninaro-vuncio della via novara”, wurstel ed altre cose…insomma una bomba; per i reduci, si diceva, la serata proponeva il chaco, gioco a dadi Boliviano in cui tu lanci i dadi e già sai come va a finire: se sbagli bevi, se fai un bel tiro bevi, se perdi bevi, se vinci bevi; un vero e proprio gioco Boliviano insomma.

La particolarità e la sorpresa della serata son state che tutto questo si è svolto in un posto surreale, cioè surreale per me, per i Llallagueñi era un tipico karaoke dei mille presenti a Llallagua; frequentatissimi, questi, rappresentano uno dei principali luoghi di abbordaggio selvaggio a furia di shingani (distillato d’uva tipo grappa) e canzoni obbligatoriamente d’amore.

E quello dove siamo finiti l’altra sera, venerdì sera per la precisione era, credo, uno dei più squallidi. Innanzitutto il luogo, per evitare sanzioni di vendita di alcolici dopo le undici (legge Llallagueña) era nascosto, o meglio stava nel retro del locale, e quindi l’entrare mi ha dato la sensazione di stare in uno di quei bar americani anni venti (durante il proibizionismo), uno di quelli che si vedono nei film, uno di quelli che per entrare bisogna bussare e dire la parola d’ordine. Bhe, qui la parola d’ordine non è stata necessaria, dopo essere entrati tutti nella rispettabilissima zona anteriore del locale, uno del gruppo, il tecnico informatico per la precisione ( a quanto pare habitué del locale), dopo due parole con il gestore del locale, ci ha fatto strada verso il retro del locale, una stanza posta in fondo ad un cortile, probabilmente dove vivono i proprietari, a giudicare dai panni stesi. E la stanza sul retro è stata uno shock, o forse una sorpresa;mi ha dato l’impressione di essere entrato in un bordello anni ‘70-‘80 tedesco, con l’atmosfera di una puntata dell’ispettore Derrik.

Il posto era tutto ricoperto da una moquette rossa, con pareti rosse, con lucine di natale (rosse) tutte ad adornare le pareti, un paio di televisori per seguire le canzoni, qualche poltroncina disposta a due a due con un tavolino nel mezzo, ospitanti nell’ordine: due uomini in evidente ricerca di donne, una coppia di amici completamente ubriachi (ad un momento della serata, uno dei due, il più pieno, è completamente franato su uno dei tavolini) ed infine una coppia di amiche in evidente ricerca di uomini; miracolosamente le due coppie in cerca dei rispettivi generi non si sono incontrate, almeno finché son rimasto io.

Comunque arrivando noi, tutti si sono girati, ovviamente, perché vedere un paio di gringos in un posto come questo non è da tutti i giorni. Appena seduti subito è partito il chaco che, tra parentesi, ho vinto, e quindi ho bevuto. Il gioco era però inframmezzato da pause in cui qualcuno prendeva un microfono e si metteva a cantare una canzone precedentemente scelta ed io mi sono ritrovato a cantare, credo una delle più improbabili delle canzoni e mentre la cantavo pensavo a come fosse possibile che una canzone del genere sia arrivata in Bolivia, anzi no a Llallagua, in questo locale, che per me è uno dei luoghi più sperduti al mondo (se si tiene conto che il paese più vicino sta a tre ore di cammino su strade di montagna …).Ho poi scoperto che in realtà l’autore della canzone in questione (italiano) ha anche suonato una volta o addirittura più volte a LaPaz e quindi è abbastanza conosciuto in Bolivia, insieme ai sempreverdi dell’America latina Eros Ramazzoti e Laura Paussini (rigorosamente con due s) ed al meno verde Nicola di Bari.

Ah si bhe, la canzone era “Gloria” di Umberto Tozzi…..in spagnolo!!!

“Por’ Italia ciau…” *

E tra poco tornerò in Italia; per un attimo, per qualche giorno ne risentirò l’odore, la umidità, le piogge che da mesi non vedo, i temporali estivi, l’inquinamento di Milano, i dibattiti elettorali, le ingiuste offensive contro Berlusconi. Rivedrò amici e parenti che da mesi non mi capita di incontrarci gli sguardi, mangerò a sazietà, rivedrò Valli Unite e forse qualcuno dei maiali che ho visto nascere, i panorami che tutte le mattine osservavo, i silenzi e i rumori di quella campagna che ho abbandonato. Rivedrò Roma, piccolo e breve mese che però mi è rimasto nel petto, vivo, come un momento di grande cambio, di frontiera, tra un pezzo di vita e un altro.

Sentirò l’amaro, anche, quando camminerò per Milano, un amaro che oramai ho colto e ogni volta riassaporo ormai da qualche anno. E per fortuna mi sono accorto dell’amaro, ho capito cos’era che mi impastava la lingua e la mente, anche se non so bene come ripulirlo e quindi forse scappo.

Torno sentendomi un privilegiato; sono una persona, una tra poche, che viene pagato per andarsene dall’Italia, per vedere nuove faccie, nuovi paesaggi, altri vestiti, altro sole, altro cielo e altri colori. Sono uno dei pochi che alla mia età riesce a risparmiare. Sono uno dei pochi che non ha rinunciato a niente, ma proprio a niente, quest’anno.

E oltre a tornare privilegiato (per ora è così, tra tre mesi chissà), torno felice, fortunato, per nulla solo. E poche volte mi è capitato di sentirmi così, e poche volte mi è capitato di svegliarmi sempre di buon umore, assonnato ma col sorriso, con la idea di dover fare qualcosa di noioso ma senza paura. Poche volte ho goduto così tanto di una solitudine serale tal volta scelta, così bella, così stimolante e pensierosa. E mi sento libero, per la prima volta mi sento libero. E mi pare una parola bellissima. Libero. anche se a vedere i simboli delle lettere fa venire in mente un periodico. Libero che posso scegliere che fare, senza dover spiegare niente a nessuno, che mi posso buttare e poi riarrampicare per il mondo, scegliendo dove stare, dove lanciarmi, dove poggiare il prossimo passo. Non ho impegni; sono libero. E fin quando questo sentimento durerà voglio vantarmene, perchè non sarà per sempre. Voglio stendermi sotto la libertà come in spiaggia al sole, scottarmi nudo, perchè intanto poi dovrò ripartire, probabilmente. Mi spellerò e avrò freddo. L’importante è capire che tutto è un sali e scendi, continuo, e che il bello sta proprio in questo, nel cambio, nello stare meglio, che non esisterebbe se fosse tutto un bene.

E allora arrivo presto…ma poi riparto…e poi torno però…ma poi…curiosità e spavento…

 

 

*Da una frase del Nonno di Paolone

El Puto Estaño

Caschi! Lanterne! Stivali! Chi ha gli stivali?! Roba vecchia da mettersi che poi si possa buttare!! Coca! Bibite da offrire ai lavoratori scuri! Alcool per il TIO!!!!! E poi via…tutti in camionetta! Alle 7 di mattina!! Sveegliaa!! Ma son solo tre ore che dormiamo!! Non importa, c’è da andare! Tutto è pronto, i pazeñi sono arrivati, e poi…e poi si è a Llallagua e non si può non andare. Il cuore pulsante dell’economia cittadina! Il 15% dei lavoratori ci perde tutta la vita dentro, al buio, nel freddo polare o nel caldo torrido infernale, nell’umido reumatico ma senza polvere o nel secco polveroso che ti raschia la gola e i polmoni…non resta che da scegliere: peste o colera? E allora andiamo, TUUUTTI IN CARROZZA!! L’amico Fidel è arrivato e anche il Pichón! I vestiti usati comprati al mercato del mercoledì li metteremo dopo, prima di arrivare nel punto umido dove dovremo strisciare come topi. Uuuuu…casco in testa allora, vestiti bruttini ma non troppo, stivali e via! Tutti ci guardano schizzare dentro la luce del mattino che come un faro teatrale ci accompagna canzonata dal vento sulla faccia che ci fa strizzare gli occhi, e un freddo pungente che ti nasconde il naso al tatto, seduti sullo scatolone dietro del pikup. Sembriamo ingegnieri venuti a risolvere i problemi della città. E cominciamo a salire verso un punto della città che non avevo mai visto. Llallagua sembra più bella da quella posizione e sotto quella luce; in parte è nascosta, solo SigloXX si vede, l’ormai decadente quartiere della ex impresa mineraria di Patiño, el Rey del estaño. E in fondo le montagne artificiali degli scarti della mina.

E così si arriva, un po’ infreddoliti e rimbambiti dalla sera prima, restati nel bar di Abdel ad aspettare gli altri, che arrivavano da La Paz con la flota delle 2 di mattina. Abdel, il propietario, l’abbiamo riportato a casa a spalle e per fortuna noi ci siamo trattenuti, sapendo cosa ci aspettava il giorno dopo. Si arriva in una situazione che pare una grande festa, il luogo più vivo della terra, pieno di omini con caschi marroni in testa e stivali blu ai piedi: tutti mangiano zuppe, carne, comprano sigarette, alcool, bibite e soprattutto foglie di coca. E’ sabato e quasi tutti preferiscono fare il primo turno così da poter essere a casa presto, o meglio al bar, a bere. Tutti ci guardano incuriositi, un macchinone con 7 gringo a bordo, vestiti da minatori. Pensiamo: “ora si incazzano, si offendono, si sentono animali da circo” e noi ci sentiamo un po’ in colpa. E invece no, solo pura curiosità, guardare un qualcosa di diverso dal solito. Dopo i primi 5 minuti mi sento già a mio agio. Arrivano le nostre guide, Il Fratello del Luis e un collega minatore. Anche l’amico Fidel ci accompagna: ha lavorato 10 anni dentro la mina per pagarsi gli studi ed è tempo che non ci mette piede e gli occhi risultano un po’ emozionati.

La gente ride, si chiama gridando come gruppi di scolari che devono entrare in classe, e a scaglioni entrano nel buco. Due polizziotti controllano l’entrata, o meglio salutano quando passiamo noi senza chiedere spiegazioni. Prima foto: 7 gringo puliti che entrano dentro la miniera.

Si comincia a camminare in un buio illuminato da tutte le luci dei caschetti nostri e dei minatori: tanta gente che va nella stessa direzione, verso un buio che non capisco come si possa riconoscere con bivi in disuso da anni sui lati del canale principale. Piccoli binari un po’ storti e malridotti segnano il cammino, le pozze d’acqua di ogni colore sono piccole o grandi e alte una spanna. Le pareti variano dal grigio al marrone, passando dal blu al rosso e i minatori ci salutano: “buenos dias!”. Siamo sfortunati, oggi non c’è la corrente e l’ascensore, più vecchio della mia nonna, non funziona. Bisogna scendere a piedi fino al terzo livello per arrivare fino al posto dove si lavora. Sono 35 metri ogni livello e i livelli sono tanti. Si dice che la tromba dell’ascensore sia profondo più di mille metri, ma nessuno realmente lo sa, però se tiri un sasso ad arrivare giù ci mette tra i 20 minuti e la mezz’ora, parola di minatore. Un uomo ci mette un po’ meno. Tutto è vecchio, malridotto, la sicurezza non esiste, una sbarra arruginita di ferro sola delimita il buco dell’ascensore, che però, appunto, oggi non funziona, e allora giù per le scale. Chiedo se la cooperativa abbia una squadra di manutenzione. Mi dicono che si, quando qualcosa si rompe prima o poi lo riparano; io spiego che questa mi pare una squadra di riparazione e non di manutenzione. Mi guardano strano e credo non capiscano la differenza. Allora cominciamo a scendere. Io guardo giù nel buio, anzi nel buco, dove tante lucciole si muovono per una altezza di metri incontabili. C’è un buco, con una scala di legno a pioli, piena di fango, scivolosissima, dieci metri e due assi di legno in fondo che insieme fanno 40 centimetri: da una parte il buco dell’ascensore, dall’altra un altro buco di dieci metri con un’altra scala scivolosa. Gli scalini sono consumati e le scale oscillano, ma tutti gli omini scendono con una naturalità da Juri Chechi. Io dico: “non scendo”. Tutti insistono e ci provo. Il cuore mi va a mille e la concentrazione è alle stelle. Circa 8 scale e siamo al primo livello. Tutti i minatori, a parte le nostre guide, dicono che siamo pazzi a scendere, che c’è troppa umidità, si scivola e le pompe inoltre non vanno e tutto si sta riempiendo di acqua. Comincio a dubitare sull’affidabilità dei nostri accompagnatori. Io insisto, torniamo!! E vinco! Ma non so se faccio bene. Si risale tranquilli lanciandosi nel vuoto da una scala a due assette da 40 centimetri a un’altra scala. I suoni sono attutiti e non rimbombano come si potrebbe immaginare: sembra di stare in una sala prova di musica.

Allora scatta il piano B: si arriva in un altro posto di lavoro situato al livello 0.

Ho capito che ogni lavoratore ha il suo posto di estrazione personale, ereditato di padre in figlio dopo la chiusura dell’impresa all’inizio degli anni ’80. A volte sono in gruppo a lavorare insieme, a volte hanno trapani a motore e carrelli su cui trasportare il materiale estratto, a volte solo martello e cuneo, spesso. Si cammina circa 2 ore prima di arrivare al posto di lavoro, e si incontra il Tio. Il Tio è l’unico abitante della mina, l’unico legittimo padrone, a cui bisogna pagare il pedaggio e il permesso di estrazione dello stagno. La sua figura è oramai sommersa da ogni forma di dono: stelle filanti, sigarette, foglie di coca, piatti con cibo dentro, boccette di alcool e una serie di cose ormai putrefatte. Il Tio è un vizioso, fuma, mangia e beve molto e può tirarti brutti scherzi: MAI spegnere la lanterna e restare al buio!! Perchè arriva il Tio e ti fa gli scherzi!!

Lasciamo i nostri doni, salutiamo e andiamo. Il passaggio si fa sempre più stretto e il cuore ricomincia a battermi: vedo la prima guida che si china e poi si sdraia per passare in un canale lungo almeno dieci metri con spuntoni di roccia da ogni lato e pietre sciolte sul fondo. Non potrò mai farcela, già mi sento in una bara, ma tutti passano e allora non penso a niente, anzi cerco di pensare a fare l’amore, e così riesco a passare, strisciando e sudando, con le ginocchia che mi fanno male. Poi finalmente sudato e spaventato arrivo in un buco più largo dove si sale ripidi, su un ghiaione che quello davanti a te ti tira addosso tante pietre. Comincia a fare anche caldo, molto caldo, e dopo l’ultimo buco stretto, ma non canalizzato per fortuna, si arriva alla zona de descanso, dove i minatori normalmente si riposano, masticano coca e bevono alcool puro. Così facciamo anche noi, e io bevo e bevo cercando di pensare che non sono dentro 4 metri cubi nel cuore di una montagna. Offro un sacco di alcool alla Pachamama, sperando che non si arrabbi, sperando che non si metta a litigare con il Tio proprio oggi. Poi a turno ci si infila in un corridoio stretto stretto che si passa appena stando chinati e si va verso la vena di stagno, con martello e cuneo. Io no, ci provo ma non ce la faccio e mi fermo a chiacchierare con l’amico Fidel, cercando di rilassarmi. Improvvisamente si sente un colpo, tutta la montagna vibra in modo sordo, poi un altro, sembra di avere le orecchie ovattate. E’ dinamite, “ma è lontana, non succede niente qui, non c’è da preoccuparsi” e poco dopo un fiume di sassi arriva da un buco laterale, Il Fratello del Luis si scosta rapidamente, ma spiega che sono solo gli scarti dell’estrazione che vengono tirati giù. Io ho il cuore a mille e penso che muoio e basta. Intanto insieme alle pietre arriva un altro omino con tre sacchi pieni di sassi e con un martello si mette a spaccarli uno ad uno, lasciando li ciò che non serve per portar fuori meno peso. L’aria si riempie di polvere e la claustrofobia aumenta ancora di più. Aspetto che tutti provino l’emozione di scalpellare una vena di stagno di un centimetro di spessore, e dopo circa una ora e mezza si riparte. Ce la devo fare, non ho alternative. E allora mi lascio scivolare giù sulle pietre, tutto mi sembra più ripido e arrivo un’altra volta alla strettoia, guardo giù, non penso a nulla e come un granchio arrivo fuori da quel cunicolo. Sono salvo!

Camminiamo un altro pezzo e rivediamo la luce del sole! Ci accorgiamo di essere completamente lerci, completamente marroni, quasi corrosi, i vestiti del mercato del mercoledì non li abbiamo più messi. E la foto la facciamo così: 7 gringo marroni dopo 7 ore di buio che escono dalla miniera.

Il piazzale è ora completamente vuoto, i negozi sono chiusi e le cholitas scomparse.

Si chiama il Pichòn che arriva col macchinone e ci porta a mangiare un charkekan, piatto tipico andino a base di carne di lama secca fritta.

Il sole non mi è mai sembrato così bello, il cielo così azzurro, i colori così tenui, i suoni così naturali e i miei amici così simpatici. Mi rilasso, fumo tre sigarette di seguito, piscio in un angolo bagnandomi gli stivali. Mi sento di nuovo vivo, più fortunato di prima, più privilegiato, più bello, più vigoroso anche se le gambe mi tremano, e dal giorno dopo cominciano a farmi un gran male, piene di tensione e adrenalina. A casa dormo agitato, non riesco a rimuovere il tunnel stretto a misura di cane. E allora abbraccio Rebekka e cerco di rilassarmi.

Neanche le bestie dovrebbero mai passare la metà del loro tempo in un posto così, ma è lo stagno che ha creato Llallagua, l’abbandono delle campagne, l’inquinamento, la povertà e la povertà d’animo, l’assenza di dignità, le lotte sindacali, i massacri, la strada col precipizio, Che Guevara, l’università di basso livello, le morti di silicosi a 40 anni, i bambini orfani, l’alcool, i karaoke, le ONG, la laguna azzurro artificiale, i deserti di sabbia grigia, le montagne di sassi infinite, la spazzatura lungo il fiume, il negozio di latte all’angolo, il cimitero dei treni, i bagni termali, l’assenza di docce, le frittelle e il Rosedal.

NUNCA MAS!!

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Gnocchi al sugo

Evvai che si torna in campo, anche se non nella campagna più sperduta e inaccessibile, vicino ad Uncia che a sua volta sta vicino a Llallagua, quindi praticamente dietro casa.

Le comunità di li sono più ricche, hanno più cose, c’hanno le mucche da latte, c’hanno le pecore e una gran parte dei progetti di cooperazione internazionale che si fanno in queste zone (e non sono pochi) si esecutano li nella pampa (la zona di cui stiamo parlando, vicino alla città), per il motivo che questa zona è più accessibile e non come altre comunità che per arrivarci bisogna fare tre ore di macchine su una mulattiera in macchina che ti fa un effetto massaggioculogratis mica male, e dopo rischi di soffrire di problemucci intestinali e di basso ventre, non proprio piacevoli.

Comunque il motivo per andare in questa comunità che di nome fa Villacapuyo, era per una nuova attività che stiamo pianificando per la parte di nutrizione del progetto e cioè insegnare a fare gli gnocchi, e anche se non era giovedì ci abbiamo provato (chi ha orecchie per intendere intenda).

Obiettivo del progetto che stiamo esecutando è infatti migliorare la sicurezza alimentare delle popolazioni campesine che vivono nella zona; succede infatti che non avendo possibilità di coltivare una grande varietà di prodotti o opportunità di baratto con altre zone della Bolivia, queste popolazioni si sono ridotte a mangiare pochi prodotti alimentari non sufficienti a soddisfare una dieta completa in tutti gli elementi nutrivi necessari ad una corretta crescita. Ecco che quindi, oltre a migliorare la produzione agricola, in termini di varietà , più che di quantità, si fa un passo in più e gli si arricchisce la cucina. Un altro punto da cui partire è però la sostenibilità, e questo significa non cadere nella costruzione o produzione che dir si voglia, di altri Elefanti Bianchi (di cui questa zona è piena), diciamo delle cattedrali nel deserto che a nessuno servono e che rimangono vuote e tristi  per un grande ed inutile spreco di soldi.

Quindi si diceva per evitare inutili elefanti bianchi, si è pensato all’alimento con la più alta diffusione e produzione che si ha nel Norte Potosì….ed ovviamente la scelta non poteva ricadere che sulle patate, piatto originario di qui, che però loro cucinano senza altri alimenti che ne potrebbero complementare la dieta (e quindi verdure, carne, leguminose, ecc…); il famoso chuno, che tanto se ne parla e a volte mangia.

Ecco che quindi saltano evidentemente all’occhio gli gnocchi, patate sopra tutto ma anche farina e soprattutto la salsa che ci puoi mettere quello che vuoi così da soddisfare le esigenze alimentari dei comunari.

E devo dire che tutto sommato gli sono piaciuti, anzi no, devo dire che gli sono piaciuti parecchio, la gente faceva il bis, alcuni se li sono portati a casa; uno dei dubbi principali era infatti quanto, un alimenti diverso gli potesse piacere; perchè a me il mote (mais bollito senza sale) non mi piace anche se qua ne vanno pazzi, e ne mangerebbero fino a scoppiare; perché io la cicha (bevanda di mais fermentato a boccca) non riesco a berla, ogni volta mi viene il vomito, anche se qua ne vanno pazzi ed è per loro un piacere ubricarsi con la cicha.

Mi ricordo ad una festa di cha’lla (benezione di un ambiente), me ne hanno offerte a bicchierate ed ovviamente non puoi rifiutare, quindi diciamo che ne offrivo moltissima alla pachamama, così da non doverne bere molto,  ed ho quasi offeso i padroni di casa che tanto sforzo hanno fatto per farla, questa cicha….così sono stato costretto a ingurgitarne tanti bei bicchieroni con tanto di giramento di testa (è pur sempre alcolica), e mal di stomaco per i successivi giorni.

E’ quindi più che lecito aspettarsi che un bel piatto che per me è gustossissimo qui non piaccia per nulla e preferiscano mangiarsi un bel piatto di mote e bersi una bella damigiana di cicha.

Invece, non senza sorpresa nella comunità gli gnocchi sono piaciuti, si sono leccati i baffi e se lo sono portati a casa.

Ora spero che anche gli gnocchi non si trasformino in un elefante bianco, tutto sommato però li abbiamo fatti al sugo.

Trufi che bello!

Due bandierine sventolano sul cofano, come una macchina presidenziale arriva sfrecciando. Se c’è posto ti suona il clacson, se non c’è schizza il più velocemente possibile al centro della strada. Bandierine verdi, badierini bianche, blu, nere. Ogni colore è un percorso, ogni percorso sono destinazioni scritte sul pararezza. Il trufi è divertentissimo. Con al massimo 3 boliviani (30 centesimi) ti porta dall’altra parte della città. Il prezzo è alto per essere boliviano, ma il tempo risparmiato è molto.

Sul trufi c’è posto per l’autista e per 5 passeggeri. I sedili davanti sono appositamente modificati: il freno a mano è nascosto sotto un cuscino che funge da prolungamento del posto passeggero; anche lo schienale divide completamente l’area posteriore da quella anteriore e tutti possono appoggiare la schiena. Il cambio è anch’esso ingegnosamente modificato con un prolungamento della manopola verso sinistra, arrivando quasi sotto il volante, così da dar posto al passeggero centrale. Questo è il “sedile” comunque oggettivamente più scomodo ma più divertente: chi si siede qui è stato prima seduto comodamente da solo davanti, ma un altro passeggero salirà sicuramente prima o poi e quindi ci si dovrà spostare sul cambio modificato con un allungamento repentino delle gambe che dovranno permanere nella unica zona disponibile posizionata nella parte destra del veicolo. Per fortuna il viaggio non dura mai più di un quarto d’ora e la schiena non rischia eccessive lesioni.

Di norme di sicurezza non se ne parla, ma è più importante la sicurezza o la socialità? potrebbero coesistere ma mi pare che nel mondo reale ciò non accada

Quindi, per salire su un trufi:

-         Posizionarsi in qualsiasi punto della città lungo un percorso del trufi.

-         Guardare attentamente il colore delle bandierine presidenziali posizionate sul cofano

-         Stare attenti che il colore non sia sbagliato o che non ci si stia sbagliando leggendo le destinazioni sul parabrezza che coprono metà della visuale dell’autista

-         Alzare una mano e fermare il trufi

-         Salire con fare sciolto senza far notare che si sta scomodi; si farebbe una figuraccia da gringo

-         Essere felici se capita il posto sul cambio

-         Salutare tutti quelli che sono già a bordo

-         Ascoltare la risposta al saluto sorridendo e godere di questo piccolo momento di socialità ormai morta in Europa

-         Scambiare due chiacchiere se ne si ha voglia senza remore di sembrare invasivo

-         Pagare l’autista con una quota che varia a seconda della distanza percorsa

-         Dire al momento giusto “me quedo aquì por favor!”

-         Sorridere di nuovo e salutare aprendo lo sportello

Altro che car sharing!!

La Bolivia é bella

La Bolivia é uno dei paesi con la maggiore biodiversitá del mondo.

E´ proprio bella la Bolivia. E questa Biodiversitá é tutta concentrata nel giro di pochi chilometri o comunque nel giro di poche centinaia di chilometri. Viaggiando in bus questa cosa é molto accentuata, anche se camminando, forse la apprezzi di piú, tenendo conto che i paesaggi ed i climi qui, in alcuni punti, cambiano in un batter d’occhio. Settimana scorsa credo di aver fatto uno dei cammini piú incredibili che esistano, si parte da LaPaz, si sale per un pezzo fino a circa 5000m e poi si scende, si scende, che le ginocchia dulono e fanno crick crick. E mentre tu cammini su pietre, semplicemente pietre, che ti viene voglia di dire “un piccolo passo per l’uomo un grande passo per l’umanitá”, girando l’angolo, ti si apre una valle che sembra infinita, che si estende quasi fino alla foresta e si possono vedere tutti i diversi stadi di questa biodiversitá. 70 km sono, per arrivare alla foresta tropicale, scendendo dai 5000m metri di partenza fino a 1800m di Chairo (il paesino che sta in basso e dove finisce il cammino del Choro, cosí si chiama)…prima peró devi scendere a precipizio per un bel tratto e fa freddo, puta che freddo….ad un punto mi pareva di essere a natale a Milano dalla nebbia che c’era. Poi peró dopo una notte abbastanza d’inferno in cui la parola dormiré é qualcosa di sconosciuto inizia il bello, vale a dire, inizia a spuntare l’erba e poi i primi piccoli arbusti e poi i piccoli alberi e poi i fiori e i ruscelli che poi diventano torrenti e poi le cascate…e si fa il bagno no?! Ed infine il paesaggio che prima era di sole pietre si trasforma completamente in foresta impenetrabile, che mi chiedo come gli Inca siano risuciti a costruirlo un sentiero cosí, in una foresta cosí poco accessibile, in cui su ogni albero ci sono almeno altre 10 specie viventi, tra liane, fiori e non so che, e formano un vero e proprio muro…e ti chiedi anche come abbiano pensato nelle epoche passate i primi colonizzatori di questo territorio ad andare a stabilirsi sull’altipiano, dove per coltivare una patata si sudano sette camicie e non invece fermarsi tutti in questo paradiso, dove sembra che basti buttare un seme a caso per terra perché cresca una pianta secolare. Una volta certo era diverso, non si fossilizzavano come ora sull’altipiano, avevano il trueque, il baratto, e scendevano a valle per scambiarsi i prodotti, le patate con le banane (per esempio), e a volte (durante il periodo inca) scendevano fino al mare, cosí da avere sufficiente disponibilitá e varietá di cibo; e questo cammino ne é un esempio, costruito apposta per questo scopo.

La Bolivia é uno dei paesi con la piú alta Biodiversitá. Ci puoi trovare di tutto in Bolivia, o meglio ci potevi trovare di tutto in Bolivia, prima che arrivassero gli spagnoli (o forse é meglio dire gli Europei) e facessero piazza pulita di alcune meraviglie come il cerro rico o le foreste di Santa Cruz, nella mezzaluna fertile; ed insieme a questo sfruttamento di risorse hanno portato una mentalitá da sfruttatori di risorse piú che da utilizzatori del patrimonio naturale che si sono trovati di fronte….ma alla fine erano piú civilizzati no?! Non so, mi viene da dire che forse é un bene che i Boliviani ora siano rimasti solo otto milioni su un territorio vasto come tre volte l’Italia, perché la Biodiversitá é bella e varia ma anche fragile….immagino che anche l’Europa una volta fosse un paradiso dal punto di vista naturale, spazzi piú o meno immensi, boschi, climi piú che differenti, peró oggi é difficile immaginarsi tutto questo, visto il grado di cambiamento che ha subito.

La Bolivia é uno dei paesi con la píú alta Biodiversitá

In Bolivia ci puoi trovare di tutto… ferro, Sajama, neve, litio, ghiaccio, LaPaz,il salar, paesaggi lunari, patate, gas, sole, montagne, oro, foresta tropicale, laghi, petrolio, paludi….

In Bolivia non c’é il mare (¡carajo!) ma questa é un’altra storia.