Pachamama09

El Puto Estaño

26 Maggio 2009 · 3 Commenti

Caschi! Lanterne! Stivali! Chi ha gli stivali?! Roba vecchia da mettersi che poi si possa buttare!! Coca! Bibite da offrire ai lavoratori scuri! Alcool per il TIO!!!!! E poi via…tutti in camionetta! Alle 7 di mattina!! Sveegliaa!! Ma son solo tre ore che dormiamo!! Non importa, c’è da andare! Tutto è pronto, i pazeñi sono arrivati, e poi…e poi si è a Llallagua e non si può non andare. Il cuore pulsante dell’economia cittadina! Il 15% dei lavoratori ci perde tutta la vita dentro, al buio, nel freddo polare o nel caldo torrido infernale, nell’umido reumatico ma senza polvere o nel secco polveroso che ti raschia la gola e i polmoni…non resta che da scegliere: peste o colera? E allora andiamo, TUUUTTI IN CARROZZA!! L’amico Fidel è arrivato e anche il Pichón! I vestiti usati comprati al mercato del mercoledì li metteremo dopo, prima di arrivare nel punto umido dove dovremo strisciare come topi. Uuuuu…casco in testa allora, vestiti bruttini ma non troppo, stivali e via! Tutti ci guardano schizzare dentro la luce del mattino che come un faro teatrale ci accompagna canzonata dal vento sulla faccia che ci fa strizzare gli occhi, e un freddo pungente che ti nasconde il naso al tatto, seduti sullo scatolone dietro del pikup. Sembriamo ingegnieri venuti a risolvere i problemi della città. E cominciamo a salire verso un punto della città che non avevo mai visto. Llallagua sembra più bella da quella posizione e sotto quella luce; in parte è nascosta, solo SigloXX si vede, l’ormai decadente quartiere della ex impresa mineraria di Patiño, el Rey del estaño. E in fondo le montagne artificiali degli scarti della mina.

E così si arriva, un po’ infreddoliti e rimbambiti dalla sera prima, restati nel bar di Abdel ad aspettare gli altri, che arrivavano da La Paz con la flota delle 2 di mattina. Abdel, il propietario, l’abbiamo riportato a casa a spalle e per fortuna noi ci siamo trattenuti, sapendo cosa ci aspettava il giorno dopo. Si arriva in una situazione che pare una grande festa, il luogo più vivo della terra, pieno di omini con caschi marroni in testa e stivali blu ai piedi: tutti mangiano zuppe, carne, comprano sigarette, alcool, bibite e soprattutto foglie di coca. E’ sabato e quasi tutti preferiscono fare il primo turno così da poter essere a casa presto, o meglio al bar, a bere. Tutti ci guardano incuriositi, un macchinone con 7 gringo a bordo, vestiti da minatori. Pensiamo: “ora si incazzano, si offendono, si sentono animali da circo” e noi ci sentiamo un po’ in colpa. E invece no, solo pura curiosità, guardare un qualcosa di diverso dal solito. Dopo i primi 5 minuti mi sento già a mio agio. Arrivano le nostre guide, Il Fratello del Luis e un collega minatore. Anche l’amico Fidel ci accompagna: ha lavorato 10 anni dentro la mina per pagarsi gli studi ed è tempo che non ci mette piede e gli occhi risultano un po’ emozionati.

La gente ride, si chiama gridando come gruppi di scolari che devono entrare in classe, e a scaglioni entrano nel buco. Due polizziotti controllano l’entrata, o meglio salutano quando passiamo noi senza chiedere spiegazioni. Prima foto: 7 gringo puliti che entrano dentro la miniera.

Si comincia a camminare in un buio illuminato da tutte le luci dei caschetti nostri e dei minatori: tanta gente che va nella stessa direzione, verso un buio che non capisco come si possa riconoscere con bivi in disuso da anni sui lati del canale principale. Piccoli binari un po’ storti e malridotti segnano il cammino, le pozze d’acqua di ogni colore sono piccole o grandi e alte una spanna. Le pareti variano dal grigio al marrone, passando dal blu al rosso e i minatori ci salutano: “buenos dias!”. Siamo sfortunati, oggi non c’è la corrente e l’ascensore, più vecchio della mia nonna, non funziona. Bisogna scendere a piedi fino al terzo livello per arrivare fino al posto dove si lavora. Sono 35 metri ogni livello e i livelli sono tanti. Si dice che la tromba dell’ascensore sia profondo più di mille metri, ma nessuno realmente lo sa, però se tiri un sasso ad arrivare giù ci mette tra i 20 minuti e la mezz’ora, parola di minatore. Un uomo ci mette un po’ meno. Tutto è vecchio, malridotto, la sicurezza non esiste, una sbarra arruginita di ferro sola delimita il buco dell’ascensore, che però, appunto, oggi non funziona, e allora giù per le scale. Chiedo se la cooperativa abbia una squadra di manutenzione. Mi dicono che si, quando qualcosa si rompe prima o poi lo riparano; io spiego che questa mi pare una squadra di riparazione e non di manutenzione. Mi guardano strano e credo non capiscano la differenza. Allora cominciamo a scendere. Io guardo giù nel buio, anzi nel buco, dove tante lucciole si muovono per una altezza di metri incontabili. C’è un buco, con una scala di legno a pioli, piena di fango, scivolosissima, dieci metri e due assi di legno in fondo che insieme fanno 40 centimetri: da una parte il buco dell’ascensore, dall’altra un altro buco di dieci metri con un’altra scala scivolosa. Gli scalini sono consumati e le scale oscillano, ma tutti gli omini scendono con una naturalità da Juri Chechi. Io dico: “non scendo”. Tutti insistono e ci provo. Il cuore mi va a mille e la concentrazione è alle stelle. Circa 8 scale e siamo al primo livello. Tutti i minatori, a parte le nostre guide, dicono che siamo pazzi a scendere, che c’è troppa umidità, si scivola e le pompe inoltre non vanno e tutto si sta riempiendo di acqua. Comincio a dubitare sull’affidabilità dei nostri accompagnatori. Io insisto, torniamo!! E vinco! Ma non so se faccio bene. Si risale tranquilli lanciandosi nel vuoto da una scala a due assette da 40 centimetri a un’altra scala. I suoni sono attutiti e non rimbombano come si potrebbe immaginare: sembra di stare in una sala prova di musica.

Allora scatta il piano B: si arriva in un altro posto di lavoro situato al livello 0.

Ho capito che ogni lavoratore ha il suo posto di estrazione personale, ereditato di padre in figlio dopo la chiusura dell’impresa all’inizio degli anni ’80. A volte sono in gruppo a lavorare insieme, a volte hanno trapani a motore e carrelli su cui trasportare il materiale estratto, a volte solo martello e cuneo, spesso. Si cammina circa 2 ore prima di arrivare al posto di lavoro, e si incontra il Tio. Il Tio è l’unico abitante della mina, l’unico legittimo padrone, a cui bisogna pagare il pedaggio e il permesso di estrazione dello stagno. La sua figura è oramai sommersa da ogni forma di dono: stelle filanti, sigarette, foglie di coca, piatti con cibo dentro, boccette di alcool e una serie di cose ormai putrefatte. Il Tio è un vizioso, fuma, mangia e beve molto e può tirarti brutti scherzi: MAI spegnere la lanterna e restare al buio!! Perchè arriva il Tio e ti fa gli scherzi!!

Lasciamo i nostri doni, salutiamo e andiamo. Il passaggio si fa sempre più stretto e il cuore ricomincia a battermi: vedo la prima guida che si china e poi si sdraia per passare in un canale lungo almeno dieci metri con spuntoni di roccia da ogni lato e pietre sciolte sul fondo. Non potrò mai farcela, già mi sento in una bara, ma tutti passano e allora non penso a niente, anzi cerco di pensare a fare l’amore, e così riesco a passare, strisciando e sudando, con le ginocchia che mi fanno male. Poi finalmente sudato e spaventato arrivo in un buco più largo dove si sale ripidi, su un ghiaione che quello davanti a te ti tira addosso tante pietre. Comincia a fare anche caldo, molto caldo, e dopo l’ultimo buco stretto, ma non canalizzato per fortuna, si arriva alla zona de descanso, dove i minatori normalmente si riposano, masticano coca e bevono alcool puro. Così facciamo anche noi, e io bevo e bevo cercando di pensare che non sono dentro 4 metri cubi nel cuore di una montagna. Offro un sacco di alcool alla Pachamama, sperando che non si arrabbi, sperando che non si metta a litigare con il Tio proprio oggi. Poi a turno ci si infila in un corridoio stretto stretto che si passa appena stando chinati e si va verso la vena di stagno, con martello e cuneo. Io no, ci provo ma non ce la faccio e mi fermo a chiacchierare con l’amico Fidel, cercando di rilassarmi. Improvvisamente si sente un colpo, tutta la montagna vibra in modo sordo, poi un altro, sembra di avere le orecchie ovattate. E’ dinamite, “ma è lontana, non succede niente qui, non c’è da preoccuparsi” e poco dopo un fiume di sassi arriva da un buco laterale, Il Fratello del Luis si scosta rapidamente, ma spiega che sono solo gli scarti dell’estrazione che vengono tirati giù. Io ho il cuore a mille e penso che muoio e basta. Intanto insieme alle pietre arriva un altro omino con tre sacchi pieni di sassi e con un martello si mette a spaccarli uno ad uno, lasciando li ciò che non serve per portar fuori meno peso. L’aria si riempie di polvere e la claustrofobia aumenta ancora di più. Aspetto che tutti provino l’emozione di scalpellare una vena di stagno di un centimetro di spessore, e dopo circa una ora e mezza si riparte. Ce la devo fare, non ho alternative. E allora mi lascio scivolare giù sulle pietre, tutto mi sembra più ripido e arrivo un’altra volta alla strettoia, guardo giù, non penso a nulla e come un granchio arrivo fuori da quel cunicolo. Sono salvo!

Camminiamo un altro pezzo e rivediamo la luce del sole! Ci accorgiamo di essere completamente lerci, completamente marroni, quasi corrosi, i vestiti del mercato del mercoledì non li abbiamo più messi. E la foto la facciamo così: 7 gringo marroni dopo 7 ore di buio che escono dalla miniera.

Il piazzale è ora completamente vuoto, i negozi sono chiusi e le cholitas scomparse.

Si chiama il Pichòn che arriva col macchinone e ci porta a mangiare un charkekan, piatto tipico andino a base di carne di lama secca fritta.

Il sole non mi è mai sembrato così bello, il cielo così azzurro, i colori così tenui, i suoni così naturali e i miei amici così simpatici. Mi rilasso, fumo tre sigarette di seguito, piscio in un angolo bagnandomi gli stivali. Mi sento di nuovo vivo, più fortunato di prima, più privilegiato, più bello, più vigoroso anche se le gambe mi tremano, e dal giorno dopo cominciano a farmi un gran male, piene di tensione e adrenalina. A casa dormo agitato, non riesco a rimuovere il tunnel stretto a misura di cane. E allora abbraccio Rebekka e cerco di rilassarmi.

Neanche le bestie dovrebbero mai passare la metà del loro tempo in un posto così, ma è lo stagno che ha creato Llallagua, l’abbandono delle campagne, l’inquinamento, la povertà e la povertà d’animo, l’assenza di dignità, le lotte sindacali, i massacri, la strada col precipizio, Che Guevara, l’università di basso livello, le morti di silicosi a 40 anni, i bambini orfani, l’alcool, i karaoke, le ONG, la laguna azzurro artificiale, i deserti di sabbia grigia, le montagne di sassi infinite, la spazzatura lungo il fiume, il negozio di latte all’angolo, il cimitero dei treni, i bagni termali, l’assenza di docce, le frittelle e il Rosedal.

NUNCA MAS!!

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Categorie: Michele

3 risposte finora ↓

  • michela // 26 Maggio 2009 a 13:46

    mik..un articolo bellissimo!! io non ce l’avrei mai fatta!! mik e mik comodini!!! hehehe…non vedo l’ora di rivedervi! un bacione a tutti..ciaooo..a bavosa

  • marcella // 27 Maggio 2009 a 03:37

    michi, che dire, ero lì. Grazie per tutto quello che condividi con noi lontani.

    un abbraccio

    ps sono stata una volta in grotta e nei cunicoli mi usavano come unità di misura “la marcella è passata?”

  • anna // 30 Maggio 2009 a 09:07

    michi,non posso scrivere niente perchè sono troppo emozionata. Mi pareva di essere lì con te,con voi, e mi ricordavo di quando, in Messico, sono, entrata col babbo e con qualcun altro in un cunicolo dove si andava carponi per arrivare ad una grotta con reperti atzechi: l a mia claustrofobia era tale che,mentre gli altri ascoltavano la guida, io mi sono rifatta da sola la strada all ‘indietro. Ogni volta che ti leggo, poi, penso all’insufficienza del tuo tema di maturità….
    Il babbo che ti ha letto prima di me e che, se ben ti ricordi, quando comunicasti la tua decisione di iscriverti ad agraria molto sinteticamente dichiarò:”E poi che cazzo fai?”,quel babbo lì adesso dice:2Beh, se non farà l’agronomo potrà pur sempre lavoraRE CON LE PAROLE…”
    mICA MALE,NO? BACI MAMMA
    P. S. GLI ERRORI E LE MAIUSCOLE SONO DOVUTI AL MISTERIOSO COMPUTER DEL PAPA’ CHE STO USANDO COME POSSO…

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