Pachamama09

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Stranamente

21 Agosto 2009 · 2 Commenti

La tanto sognata città, dopo tanto essere stata desiderata, questa mattina mi ha molestato.

Dopo aver dormito male, in un letto troppo piccolo per due; dopo aver bevuto un caffè che sapeva di spezie vecchie; dopo aver lavato la faccia, messo i pantaloni, ascoltato il parquè scricchiolante nel silenzio di altri sonni diffusi per la casa, ho aperto la porta che da sulla strada e il rumore del traffico mi ha invaso, immerso; il cigolio dei freni e gli sbuffi dei motori lasciavano il posto al fumo di vecchi autobus sesantenni. La sensazione era come di una banda musicale che inizia a suonare una morenada nella tua stanza mentre sdraiato ascolti un disco dei Kings of Convenience. Infastidito ho iniziato la giornata. Sarà che la campagna mi sta chiamando un’altra volta? Comunque non credo, e mando curricula a destra e a manca. Nonostante l’ultimo articolo, il futuro mi gira nella testa come una pallina della roulette: i pari sono l’Europa; i dispari il Sud America; lo zero L’Africa. Tutto è possibile… inoltre il mio oroscopo di fiducia dice che sta cominciando una grossa caccia al tesoro, e il tesoro non si trova per nulla dove io penso. Per trovarlo devo pensare a quale circostanza della mia vita mi ricorda metaforicamente un bar clandestino ai tempi del proibizionismo…ma quest’ultima non riesco a capirla! Forse quando di nascosto fumavo in bagno in tempi adolescenziali? E son tre giorni che non fumo più…

Categorie: Michele

Mal di Pachamama

17 Agosto 2009 · Lascia un Commento

Por el suelo hay una compadrita
Que ya nadie se para a mirar
Por el suelo hay una mamacita
Que se muere de no respetar
Pachamama te veo tan triste
Pachamama me pongo a llorar

Esperando la ultima ola
Cuidate no te vayas a mojar
Esperando la ultima rola
Mamacita te invito a bailar

Por el suelo camina mi pueblo
Por el suelo hay un agujero
Por el suelo camina la raza
Mamacita te vamos a matar

Esperando la ultima ola
Pachamama me muero de pena
Escuchando la ultima rola
Mamacita te invito a bailar

Por el suelo camina mi pueblo
Por el suelo moliendo condena
Por el suelo el infierno quema
Por el suelo la raza va cienga

Esperando la ultima ola
Pachamama me muero de pena
Escuchando la ultima rola
Mamacita te invito a bailar

Pachamama09. L’abbiamo un po’ abbandonata questa piccola pagina web che ha accompagnato la nostra trasferta boliviana in questo anno incredibile.

Eh si, questa altra vita sta per finire, questa parentesi sudamericana piena di tante prospettive, curiosa all’aspettarla, occhi grandi nel vedere La Paz dalla sporcizia di El Alto la prima notte, cuore impazzito per l’altezza sul mare e per l’incontro col popolo boliviano. Mille altre sensazioni stanno segnando questo anno che sta per finire, sentimenti e pensieri fotografici che forse descriverò in un altro articolo. Solo qui mi soffermo sull’idea che sta per finire questa vita, che non è ancora finita ma che tra poco più di un mese finirà. Il sentimento di imminenza è diverso da quello di conclusione. Prima la contentezza dello star vivendo, la paura della fine di un periodo favoloso, il muovere la mente per capire dove potersi e volersi riarrampicare, per poter continuare l’ascesa e non precipitare nel vuoto; il non riuscire a trovare delle risposte certe, il fare delle ipotesi e sceglierle. Poi sarà tutt’altro, il volo sarà già cominciato e mi lascerò condurre dal vento, una volta scelta la parete da cui gettarmi.

L’anno sta finendo, e io probabilmente tornerò qua a breve. A fine settembre sarò in Italia, ma tempo tre settimana ripartrirò per la Pachamama. Perché? Perché no? Ma so che sarà un’altra vita, dovrò cercare lavoro, i compagni di viaggi se ne saranno andati e l’odore della Bolivia sarà diverso probabilmente, sarà più mio, più personale, più difficile, più solo. Ma di Italia ora non ne ho voglia, anche se gli amici e la famiglia mancano. Sarà forse solo per qualche mese, vedere che effetto mi fa prendermi la libertà di ripartire un po’ senza sapere dove arrivare. E poi ho un amore da affrontare, che voglio affrontare e provare a costruire. E questa giustificazione mi basta e mi avanza per ora. Ansia bella, un po’ paurosa. Sorrido e penso tanto. Rischio e muovo le gambe come un bambino che aspetta natale. Mi darò tempo fino a gennaio. Poi si potrebbe ritornare su una via più semplice.

Non vedo l’ora di riabbracciare tutti gli amici al mio rientro.

Categorie: Michele

“Por’ Italia ciau…” *

2 Giugno 2009 · 3 Commenti

E tra poco tornerò in Italia; per un attimo, per qualche giorno ne risentirò l’odore, la umidità, le piogge che da mesi non vedo, i temporali estivi, l’inquinamento di Milano, i dibattiti elettorali, le ingiuste offensive contro Berlusconi. Rivedrò amici e parenti che da mesi non mi capita di incontrarci gli sguardi, mangerò a sazietà, rivedrò Valli Unite e forse qualcuno dei maiali che ho visto nascere, i panorami che tutte le mattine osservavo, i silenzi e i rumori di quella campagna che ho abbandonato. Rivedrò Roma, piccolo e breve mese che però mi è rimasto nel petto, vivo, come un momento di grande cambio, di frontiera, tra un pezzo di vita e un altro.

Sentirò l’amaro, anche, quando camminerò per Milano, un amaro che oramai ho colto e ogni volta riassaporo ormai da qualche anno. E per fortuna mi sono accorto dell’amaro, ho capito cos’era che mi impastava la lingua e la mente, anche se non so bene come ripulirlo e quindi forse scappo.

Torno sentendomi un privilegiato; sono una persona, una tra poche, che viene pagato per andarsene dall’Italia, per vedere nuove faccie, nuovi paesaggi, altri vestiti, altro sole, altro cielo e altri colori. Sono uno dei pochi che alla mia età riesce a risparmiare. Sono uno dei pochi che non ha rinunciato a niente, ma proprio a niente, quest’anno.

E oltre a tornare privilegiato (per ora è così, tra tre mesi chissà), torno felice, fortunato, per nulla solo. E poche volte mi è capitato di sentirmi così, e poche volte mi è capitato di svegliarmi sempre di buon umore, assonnato ma col sorriso, con la idea di dover fare qualcosa di noioso ma senza paura. Poche volte ho goduto così tanto di una solitudine serale tal volta scelta, così bella, così stimolante e pensierosa. E mi sento libero, per la prima volta mi sento libero. E mi pare una parola bellissima. Libero. anche se a vedere i simboli delle lettere fa venire in mente un periodico. Libero che posso scegliere che fare, senza dover spiegare niente a nessuno, che mi posso buttare e poi riarrampicare per il mondo, scegliendo dove stare, dove lanciarmi, dove poggiare il prossimo passo. Non ho impegni; sono libero. E fin quando questo sentimento durerà voglio vantarmene, perchè non sarà per sempre. Voglio stendermi sotto la libertà come in spiaggia al sole, scottarmi nudo, perchè intanto poi dovrò ripartire, probabilmente. Mi spellerò e avrò freddo. L’importante è capire che tutto è un sali e scendi, continuo, e che il bello sta proprio in questo, nel cambio, nello stare meglio, che non esisterebbe se fosse tutto un bene.

E allora arrivo presto…ma poi riparto…e poi torno però…ma poi…curiosità e spavento…

 

 

*Da una frase del Nonno di Paolone

Categorie: Michele

El Puto Estaño

26 Maggio 2009 · 3 Commenti

Caschi! Lanterne! Stivali! Chi ha gli stivali?! Roba vecchia da mettersi che poi si possa buttare!! Coca! Bibite da offrire ai lavoratori scuri! Alcool per il TIO!!!!! E poi via…tutti in camionetta! Alle 7 di mattina!! Sveegliaa!! Ma son solo tre ore che dormiamo!! Non importa, c’è da andare! Tutto è pronto, i pazeñi sono arrivati, e poi…e poi si è a Llallagua e non si può non andare. Il cuore pulsante dell’economia cittadina! Il 15% dei lavoratori ci perde tutta la vita dentro, al buio, nel freddo polare o nel caldo torrido infernale, nell’umido reumatico ma senza polvere o nel secco polveroso che ti raschia la gola e i polmoni…non resta che da scegliere: peste o colera? E allora andiamo, TUUUTTI IN CARROZZA!! L’amico Fidel è arrivato e anche il Pichón! I vestiti usati comprati al mercato del mercoledì li metteremo dopo, prima di arrivare nel punto umido dove dovremo strisciare come topi. Uuuuu…casco in testa allora, vestiti bruttini ma non troppo, stivali e via! Tutti ci guardano schizzare dentro la luce del mattino che come un faro teatrale ci accompagna canzonata dal vento sulla faccia che ci fa strizzare gli occhi, e un freddo pungente che ti nasconde il naso al tatto, seduti sullo scatolone dietro del pikup. Sembriamo ingegnieri venuti a risolvere i problemi della città. E cominciamo a salire verso un punto della città che non avevo mai visto. Llallagua sembra più bella da quella posizione e sotto quella luce; in parte è nascosta, solo SigloXX si vede, l’ormai decadente quartiere della ex impresa mineraria di Patiño, el Rey del estaño. E in fondo le montagne artificiali degli scarti della mina.

E così si arriva, un po’ infreddoliti e rimbambiti dalla sera prima, restati nel bar di Abdel ad aspettare gli altri, che arrivavano da La Paz con la flota delle 2 di mattina. Abdel, il propietario, l’abbiamo riportato a casa a spalle e per fortuna noi ci siamo trattenuti, sapendo cosa ci aspettava il giorno dopo. Si arriva in una situazione che pare una grande festa, il luogo più vivo della terra, pieno di omini con caschi marroni in testa e stivali blu ai piedi: tutti mangiano zuppe, carne, comprano sigarette, alcool, bibite e soprattutto foglie di coca. E’ sabato e quasi tutti preferiscono fare il primo turno così da poter essere a casa presto, o meglio al bar, a bere. Tutti ci guardano incuriositi, un macchinone con 7 gringo a bordo, vestiti da minatori. Pensiamo: “ora si incazzano, si offendono, si sentono animali da circo” e noi ci sentiamo un po’ in colpa. E invece no, solo pura curiosità, guardare un qualcosa di diverso dal solito. Dopo i primi 5 minuti mi sento già a mio agio. Arrivano le nostre guide, Il Fratello del Luis e un collega minatore. Anche l’amico Fidel ci accompagna: ha lavorato 10 anni dentro la mina per pagarsi gli studi ed è tempo che non ci mette piede e gli occhi risultano un po’ emozionati.

La gente ride, si chiama gridando come gruppi di scolari che devono entrare in classe, e a scaglioni entrano nel buco. Due polizziotti controllano l’entrata, o meglio salutano quando passiamo noi senza chiedere spiegazioni. Prima foto: 7 gringo puliti che entrano dentro la miniera.

Si comincia a camminare in un buio illuminato da tutte le luci dei caschetti nostri e dei minatori: tanta gente che va nella stessa direzione, verso un buio che non capisco come si possa riconoscere con bivi in disuso da anni sui lati del canale principale. Piccoli binari un po’ storti e malridotti segnano il cammino, le pozze d’acqua di ogni colore sono piccole o grandi e alte una spanna. Le pareti variano dal grigio al marrone, passando dal blu al rosso e i minatori ci salutano: “buenos dias!”. Siamo sfortunati, oggi non c’è la corrente e l’ascensore, più vecchio della mia nonna, non funziona. Bisogna scendere a piedi fino al terzo livello per arrivare fino al posto dove si lavora. Sono 35 metri ogni livello e i livelli sono tanti. Si dice che la tromba dell’ascensore sia profondo più di mille metri, ma nessuno realmente lo sa, però se tiri un sasso ad arrivare giù ci mette tra i 20 minuti e la mezz’ora, parola di minatore. Un uomo ci mette un po’ meno. Tutto è vecchio, malridotto, la sicurezza non esiste, una sbarra arruginita di ferro sola delimita il buco dell’ascensore, che però, appunto, oggi non funziona, e allora giù per le scale. Chiedo se la cooperativa abbia una squadra di manutenzione. Mi dicono che si, quando qualcosa si rompe prima o poi lo riparano; io spiego che questa mi pare una squadra di riparazione e non di manutenzione. Mi guardano strano e credo non capiscano la differenza. Allora cominciamo a scendere. Io guardo giù nel buio, anzi nel buco, dove tante lucciole si muovono per una altezza di metri incontabili. C’è un buco, con una scala di legno a pioli, piena di fango, scivolosissima, dieci metri e due assi di legno in fondo che insieme fanno 40 centimetri: da una parte il buco dell’ascensore, dall’altra un altro buco di dieci metri con un’altra scala scivolosa. Gli scalini sono consumati e le scale oscillano, ma tutti gli omini scendono con una naturalità da Juri Chechi. Io dico: “non scendo”. Tutti insistono e ci provo. Il cuore mi va a mille e la concentrazione è alle stelle. Circa 8 scale e siamo al primo livello. Tutti i minatori, a parte le nostre guide, dicono che siamo pazzi a scendere, che c’è troppa umidità, si scivola e le pompe inoltre non vanno e tutto si sta riempiendo di acqua. Comincio a dubitare sull’affidabilità dei nostri accompagnatori. Io insisto, torniamo!! E vinco! Ma non so se faccio bene. Si risale tranquilli lanciandosi nel vuoto da una scala a due assette da 40 centimetri a un’altra scala. I suoni sono attutiti e non rimbombano come si potrebbe immaginare: sembra di stare in una sala prova di musica.

Allora scatta il piano B: si arriva in un altro posto di lavoro situato al livello 0.

Ho capito che ogni lavoratore ha il suo posto di estrazione personale, ereditato di padre in figlio dopo la chiusura dell’impresa all’inizio degli anni ’80. A volte sono in gruppo a lavorare insieme, a volte hanno trapani a motore e carrelli su cui trasportare il materiale estratto, a volte solo martello e cuneo, spesso. Si cammina circa 2 ore prima di arrivare al posto di lavoro, e si incontra il Tio. Il Tio è l’unico abitante della mina, l’unico legittimo padrone, a cui bisogna pagare il pedaggio e il permesso di estrazione dello stagno. La sua figura è oramai sommersa da ogni forma di dono: stelle filanti, sigarette, foglie di coca, piatti con cibo dentro, boccette di alcool e una serie di cose ormai putrefatte. Il Tio è un vizioso, fuma, mangia e beve molto e può tirarti brutti scherzi: MAI spegnere la lanterna e restare al buio!! Perchè arriva il Tio e ti fa gli scherzi!!

Lasciamo i nostri doni, salutiamo e andiamo. Il passaggio si fa sempre più stretto e il cuore ricomincia a battermi: vedo la prima guida che si china e poi si sdraia per passare in un canale lungo almeno dieci metri con spuntoni di roccia da ogni lato e pietre sciolte sul fondo. Non potrò mai farcela, già mi sento in una bara, ma tutti passano e allora non penso a niente, anzi cerco di pensare a fare l’amore, e così riesco a passare, strisciando e sudando, con le ginocchia che mi fanno male. Poi finalmente sudato e spaventato arrivo in un buco più largo dove si sale ripidi, su un ghiaione che quello davanti a te ti tira addosso tante pietre. Comincia a fare anche caldo, molto caldo, e dopo l’ultimo buco stretto, ma non canalizzato per fortuna, si arriva alla zona de descanso, dove i minatori normalmente si riposano, masticano coca e bevono alcool puro. Così facciamo anche noi, e io bevo e bevo cercando di pensare che non sono dentro 4 metri cubi nel cuore di una montagna. Offro un sacco di alcool alla Pachamama, sperando che non si arrabbi, sperando che non si metta a litigare con il Tio proprio oggi. Poi a turno ci si infila in un corridoio stretto stretto che si passa appena stando chinati e si va verso la vena di stagno, con martello e cuneo. Io no, ci provo ma non ce la faccio e mi fermo a chiacchierare con l’amico Fidel, cercando di rilassarmi. Improvvisamente si sente un colpo, tutta la montagna vibra in modo sordo, poi un altro, sembra di avere le orecchie ovattate. E’ dinamite, “ma è lontana, non succede niente qui, non c’è da preoccuparsi” e poco dopo un fiume di sassi arriva da un buco laterale, Il Fratello del Luis si scosta rapidamente, ma spiega che sono solo gli scarti dell’estrazione che vengono tirati giù. Io ho il cuore a mille e penso che muoio e basta. Intanto insieme alle pietre arriva un altro omino con tre sacchi pieni di sassi e con un martello si mette a spaccarli uno ad uno, lasciando li ciò che non serve per portar fuori meno peso. L’aria si riempie di polvere e la claustrofobia aumenta ancora di più. Aspetto che tutti provino l’emozione di scalpellare una vena di stagno di un centimetro di spessore, e dopo circa una ora e mezza si riparte. Ce la devo fare, non ho alternative. E allora mi lascio scivolare giù sulle pietre, tutto mi sembra più ripido e arrivo un’altra volta alla strettoia, guardo giù, non penso a nulla e come un granchio arrivo fuori da quel cunicolo. Sono salvo!

Camminiamo un altro pezzo e rivediamo la luce del sole! Ci accorgiamo di essere completamente lerci, completamente marroni, quasi corrosi, i vestiti del mercato del mercoledì non li abbiamo più messi. E la foto la facciamo così: 7 gringo marroni dopo 7 ore di buio che escono dalla miniera.

Il piazzale è ora completamente vuoto, i negozi sono chiusi e le cholitas scomparse.

Si chiama il Pichòn che arriva col macchinone e ci porta a mangiare un charkekan, piatto tipico andino a base di carne di lama secca fritta.

Il sole non mi è mai sembrato così bello, il cielo così azzurro, i colori così tenui, i suoni così naturali e i miei amici così simpatici. Mi rilasso, fumo tre sigarette di seguito, piscio in un angolo bagnandomi gli stivali. Mi sento di nuovo vivo, più fortunato di prima, più privilegiato, più bello, più vigoroso anche se le gambe mi tremano, e dal giorno dopo cominciano a farmi un gran male, piene di tensione e adrenalina. A casa dormo agitato, non riesco a rimuovere il tunnel stretto a misura di cane. E allora abbraccio Rebekka e cerco di rilassarmi.

Neanche le bestie dovrebbero mai passare la metà del loro tempo in un posto così, ma è lo stagno che ha creato Llallagua, l’abbandono delle campagne, l’inquinamento, la povertà e la povertà d’animo, l’assenza di dignità, le lotte sindacali, i massacri, la strada col precipizio, Che Guevara, l’università di basso livello, le morti di silicosi a 40 anni, i bambini orfani, l’alcool, i karaoke, le ONG, la laguna azzurro artificiale, i deserti di sabbia grigia, le montagne di sassi infinite, la spazzatura lungo il fiume, il negozio di latte all’angolo, il cimitero dei treni, i bagni termali, l’assenza di docce, le frittelle e il Rosedal.

NUNCA MAS!!

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Categorie: Michele

Trufi che bello!

8 Maggio 2009 · Lascia un Commento

Due bandierine sventolano sul cofano, come una macchina presidenziale arriva sfrecciando. Se c’è posto ti suona il clacson, se non c’è schizza il più velocemente possibile al centro della strada. Bandierine verdi, badierini bianche, blu, nere. Ogni colore è un percorso, ogni percorso sono destinazioni scritte sul pararezza. Il trufi è divertentissimo. Con al massimo 3 boliviani (30 centesimi) ti porta dall’altra parte della città. Il prezzo è alto per essere boliviano, ma il tempo risparmiato è molto.

Sul trufi c’è posto per l’autista e per 5 passeggeri. I sedili davanti sono appositamente modificati: il freno a mano è nascosto sotto un cuscino che funge da prolungamento del posto passeggero; anche lo schienale divide completamente l’area posteriore da quella anteriore e tutti possono appoggiare la schiena. Il cambio è anch’esso ingegnosamente modificato con un prolungamento della manopola verso sinistra, arrivando quasi sotto il volante, così da dar posto al passeggero centrale. Questo è il “sedile” comunque oggettivamente più scomodo ma più divertente: chi si siede qui è stato prima seduto comodamente da solo davanti, ma un altro passeggero salirà sicuramente prima o poi e quindi ci si dovrà spostare sul cambio modificato con un allungamento repentino delle gambe che dovranno permanere nella unica zona disponibile posizionata nella parte destra del veicolo. Per fortuna il viaggio non dura mai più di un quarto d’ora e la schiena non rischia eccessive lesioni.

Di norme di sicurezza non se ne parla, ma è più importante la sicurezza o la socialità? potrebbero coesistere ma mi pare che nel mondo reale ciò non accada

Quindi, per salire su un trufi:

-         Posizionarsi in qualsiasi punto della città lungo un percorso del trufi.

-         Guardare attentamente il colore delle bandierine presidenziali posizionate sul cofano

-         Stare attenti che il colore non sia sbagliato o che non ci si stia sbagliando leggendo le destinazioni sul parabrezza che coprono metà della visuale dell’autista

-         Alzare una mano e fermare il trufi

-         Salire con fare sciolto senza far notare che si sta scomodi; si farebbe una figuraccia da gringo

-         Essere felici se capita il posto sul cambio

-         Salutare tutti quelli che sono già a bordo

-         Ascoltare la risposta al saluto sorridendo e godere di questo piccolo momento di socialità ormai morta in Europa

-         Scambiare due chiacchiere se ne si ha voglia senza remore di sembrare invasivo

-         Pagare l’autista con una quota che varia a seconda della distanza percorsa

-         Dire al momento giusto “me quedo aquì por favor!”

-         Sorridere di nuovo e salutare aprendo lo sportello

Altro che car sharing!!

Categorie: Michele

Sentimenti odorosi

29 Aprile 2009 · 2 Commenti

Giocare a palla con l’odore di plastica bruciata che avvolge la città. Sentire la diossina nelle narici e far finta di niente. Uscire di casa e trovare una vecchietta con vestiti una volta colorati e ora color terra chiedere l’elemosina seduta sul marciapiede. Salire due quadre contornate di spazzature sparsa lungo le strade. Non capire le ragioni di file e file di indigeni davanti ad edifici misteriosi. Ricevere sassi nel cortile dell’ufficio durante una manifestazione di campesinos e non capire del tutto le ragioni della protesta. Cucinare gli gnocchi per tutti i colleghi e vedere la maggior parte delle facce sconcertate e un po’ schifate di fronte a quel nuovo sapore, dopo che avevamo pensato che potesse essere un buon piatto da insegnare e introdurre nella scarsa e ignorante cucina locale. Sentirsi continuamente chiedere durante la preparazione: “Ma perchè non li friggiamo? Ma perchè non li cuciniamo nell’olio? Ma perchè non ci mettiamo la carne? Ma perchè non fai una palla di patata e lo avvolgi nella farina? Ma perchè nel sugo non ci metti il ketchup?”. Vedere le facce fiduciose dei comunari che mi accolgono con simpatia e entusiasmo quando arrivo col macchinone. Sentire le polemiche dei comunari che si incazzano perchè non facciamo abbastanza infrastrutture nelle loro comunità. Sentire che poca gente partecipa ai corsi da noi organizzati. Accorgersi di fare un lavoro che già fanno le scuole, gli enti locali e molte istituzioni. Sentire dire che il mote (mais bollito) è il piatto più buono del mondo. Guardare il cielo e accorgersi che è di un azzurro che ogni giorno stupisce ed abbaglia. Vedere case fatte di fango che si sciolgono poco a poco.  Clacson come gocce di pioggia continua. Non capire perchè i bus si fermano cento volte prima di arrivare. Essere incazzato perchè il viaggio aumenta di una ora perchè tutti vogliono scendere dove gli fa più comodo e ogni 100 metri si aggiunge una pausa, a soli 20 minuti dal terminale. Accorgersi che però è certamente un metodo ecologico. Uscire a mangiare e già sapere che quel che mangerò sarà di pessima qualità, ad ogni boccone avere paura per il giorno dopo, ad ogni boccone riderci sopra. Accorgersi che anche la gente più acculturata non sa scrivere e mai deve aver sentito parlare di analisi logica. Accorgermi che mi sento sempre più a casa, sempre più a mio agio, che le ansie ignoranti son del tutto scomparse, che faccio sempre più lo scemo anche in ufficio, che rido e che mi sento debole d’animo anche qui. Che mi annoio e mi diverto. Che son stanco e riposato. Che mi lavo meno e puzzo di più. Che l’acqua è importante. Che gioia!

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Categorie: Michele

12 anni almeno

21 Aprile 2009 · 3 Commenti

E anche stasera farò tardi, senza fare nulla farò tardi. Penso e ripenso, sdraiato sul primo divano che mi sono comprato in vita mia, con una luce al neon molto boliviana che mi guarda e sembra quasi abbronzarmi, con musica come polvere ventosa, con un po’ di aiuti botanici locali penso.

E penso e ripenso, sensazioni belle trapassano il mio corpo, a volte brividi sorridenti mi fanno vibrare il diaframma. Penso a vecchie storie di giovinezza sempre più anziana o forse solo sempre più lunga di quanto credessi, penso a quanto mi senta ancora giovane nonostante sian passati 12 anni…

Bravi bravi a chi si sposa!

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Categorie: Michele

Parrucchieri e Dentisti

1 Aprile 2009 · 2 Commenti

Un mese e mezzo almeno per prendere la decisione, e oggi sono andato. Come una operazione chirurgica, sempre così mi rapporto al pensiero del taglio dei capelli. Un pensiero che matura lento, una decisione che lentamente prende forma fino all’atto, memorabile, del taglio.

Il parrucchiere, come un dentista nella mia mente; e probabilmente a Llallagua dentista e parrucchiere fanno lo stesso mestiere.

Prendo finalmente la decisione ed esco dall’ufficio convinto. Mi accompagna l’amico Fidel, nella via dei barbieri varie porte si affacciano sulla strada. Dietro cannellini antimosche appesi sulla soglia si intravvedono foto di modelli anni ’80 ingellati come manichini in plastica. Un ragazzo indossa nascosto all’interno di uno dei negozi un casco strano, sembra una specie di bul dell’acqua calda collegata a un tubicino che porta non vedo dove. Mi spavento.

Entro in quello vuoto. Paura e entusiasmo. “Buenas noches”. “si?”. “Para cortar el pelo?” come se chiedessi indicazioni su dove fosse la chiesa in piazza del Duomo a Milano. Un si rassicurante mi risponde mentre lo sguardo dei due seduti su un paio di sedie, dopo avermi addocchiato come gringo, si rigira verso la televisione che stranamente da “Apocalypse now” in castigliano.

Poco dopo uno dei due si alza e mi dice di sedermi. “tagliamoli corti, non troppo qua dietro che poi si vede che ho la testa piatta”. Poche indicazioni ma perfette. La luce al neon illumina solo la parte sinistra della stanza e della mia capigliatura. L’uomo usa delle forbici da cucina con le quali scuote velocemente ogni ciocca di capelli con un gesto probabilmente poco utile ma molto professionale, spesso sbircia attraverso lo specchio le scene più esplosive del film; ma mai smette di shakerarmi i capelli. Taglia e ogni 10 gesti si ferma e mi dice: “asì?” e io rispondo “està bien”. Lui continua rapidamente, fa tutto il giro della mia testa e non tocca sopra. Sembro Fonzie appena sveglio o un uccello raro di una oasi del Sahara. Si ferma e dice “asì està bien” con tono affermativo. Allora io spaventato gli chiedo se gentilmente potrebbe tagliare ancora un po’ sopra. Lui accetta, sbircia il film. “asì?”. La parte sinistra, illuminata, è molto più corta della destra, glielo faccio notare e lui obbedisce, senza scocciarsi. Due shakerate e ha già messo a posto.

Ok, chiedere ulteriori miglioramenti sarebbe una esigenza troppo gringa da parte mia. Così va bene. Una veloce lamata sul collo a secco e con lametta usata, senza tagli per fortuna, e via il grembiule di plasticona da intorno al collo.

Circa 7 minuti e il lavoro è fatto. “6 boliviani”, circa 70 centesimi. Prendo la giacca, saluto, ringrazio stringendo la mano ed esco chiedendomi quanto possa costare un dentista.

Categorie: Michele

¡Salud Compadre!

30 Marzo 2009 · 3 Commenti

“Salud Compadre!”, “Salud!”, “Salud, salud, salud!!”, scià sciaà sciaà, fiotti di birra improvvisamente vengono offerti alla Pachamama da tutti i partecipanti all’evento. E poi giù un po’ di sorsi, meglio se sono tre, porta più fortuna. “Salud Compadre!”.

Quando il battesimo? Sabato o domenica? Domenica c’è già la grigliata di amici e colleghi, ma alla fine si decide di unire le cose. Dovevamo essere molti di più ma poi le distanze in Bolivia son lunghe e gli impegni son sempre tanti, almeno per molta gente è così. Io mi sposto sempre e mi organizzo, e mai mi perderei un battesimo indigeno!

Si dice che avere un padrino straniero, o meglio “gringo”, porti fortuna. Siamo stati un po’ incerti io e Marco se accettare o meno; noi a settembre si torna in Italia, e che facciamo i padrini a fare se non possiamo neanche veder crescere le nostre figliocce? Qui è una cosa importante, è un onore essere padrino: “i padrini sono i secondi padri, e come tali hanno quasi le stesse responsabilità, doveri e diritti del padre naturale, devono accompagnare il bambino per tutta la crescita!”, ci spiega con aria seria l’amico Fidel. Decidiamo di accettare, benchè non avessimo mai visto le bimbe, Carlita e Cristal. Valeska, la mamma, ci dice che ci sceglie perchè abbiamo un bel carattere, e perchè si dice che chi taglia per primo i capelli a un bambino, gli passa il carattere, e così a lei piacerebbe che fosse. Il rito, infatti, prevede che i padrini coordinino il primo taglio di capelli ai bambini, cominciando proprio loro a tagliare la prima ciocca per la prima volta nella vita del proprio figlioccio. I capelli hanno visto tutto, dal ventre della madre, alla tetta quotidiana, alla prima sberla fino alle prime parole, e ora intorno ai tre anni vengono tagliati, questa memoria storica viene staccata e il bambino entra in un nuovo mondo, più adulto e più autonomo; non bisogna perdere l’occasione per richiamare più fortuna possibile!

Le parole diventano serie, Fidel spiega come deve funzionare il tutto e Marco comincia a tagliare la prima ciocca a Cristal che resta impassibile. In cambio le da i regali: uno zainetto, colori per disegnare e un bracciale d’oro veramente kitch, con scritto Cristal sul davanti, e sul retro “recuerdo de tus padrinos Marco e Michele”. Però è d’obbligo e non ci possiamo tirare indietro.

Carlita comincia a scocciarsi, vuole che si taglino anche i suoi di capelli e finito il giro di taglio alla sorella, si inizia anche con lei.

“Oooo nooo, mis cabellos!!” come in un gioco Carlita pronuncia questa cantilena ad ogni ciocca tagliata e poggiata sull’awayu (telo) che contorna la sua figura, mentre seduta gioca tranquillissima con tutto ciò che trova e ti consiglia quale ciocca le da più fastidio. Io auguro tutta la suerte possibile alla mia figlioccia, soprattutto grazie al bellissimo paesaggio e alla bellissima luce che circonda il rito. Siamo in campagna a 10 metri da due tori legati a un palo e che si fanno accarezzare tranquilli, su un prato verde umidiccio che tra poche settimane sparirà. E così si comincia a cha’llare le bambine, fiumi di birra vengono versati intorno ai teli su cui sono sedute, sempre girando rigorosamente verso destra, nello stesso senso in cui io e Marco dobbiamo passare le forbici a tutti i presenti. “Salud Compadre!!”, comincia rapidamente ad essere una frase frequente, un augurio famigliare e benaugurante. Sempre più fitto, sempre più convinto: “Salud Compadre!!”. Sempre più sbronzo, sempre più allegro, sempre più mi sento boliviano, sempre più mi sento parte di una famiglia di qui, almeno così mi sembra, forse un po’ ingenuamente.

E le bambine vengono vestite con ciò che gli abbiamo comprato l’altro giorno, senza la madre ovviamente, che non può mettere becco. E’ dovere e responsabilità dei padrini.

Sembra che gli stiamo subito simpatici e si comincia a giocare con plastilina e colori, tra un “Salud Compadre!!!” e un altro.

Ci si scotta la faccia, ma siamo abituati. Gli alberi non ci sono. E la giornata si conclude con una bottiglia di Singani a casa nostra, la botta finale.
“Salud Compadre!”, “Salud!”, “Salud, salud, salud!!”, scià sciaà sciaà…..
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Categorie: Michele

Trasloco e Toyota

9 Marzo 2009 · 3 Commenti

E così abbiamo traslocato, e io per la sesta volta in due anni. Sono stati due giorni di fuoco ma la casa è molto carina, è la più grande che io abbia mai avuto, se non conto l’ultima di Valli Unite. Abbiamo una sala e una stanza svacco, piena di tappeti artigianali (che in realtà sono awayu, delle specie di sacche che gli indigeni usano per portare sulla schiena qualsiasi cosa, dai bambini alle bombole del gas), un bel angolo che attira solo a vederlo per svaccarti e rilassarti su un nuovo materasso di lana, tavolini in stile orientale (che in realtà sono dei poggiafrigoriferi), candele, specchi e a breve una amaca, appena riusciremo a procurarci un trapano.

E subito, da buoni italiani, abbiamo cucinato una pasta e invitato tutti i gringo di Llallagua, gli ex coinquilini, a mangiarla. C’è ancora un po’ di attrito con loro, dato dal fatto che noi nella casa vecchia ci saremmo fermati volentieri e lo spazio sembrava poco per loro, ma penso si risolverà a breve e presto ci abitueremo a questa nuova situazione.

Intanto in questo momento sono contento, tutto sommato mi diverte ogni volta sistemare casa; l’unico guaio è che si spende molto, bisogna comprare tutto e tra sei mesi chissà se riesce a rivendere…manca solo un po’ di componente femminile, da invitare la sera, con cui bersi un bicchiere di vino nella stanza svacco, con cui cucinare una buona cena, confrontare le menti. Manca eccome!

Ma il jazz c’è, il vino l’abbiamo comprato ad Oruro, le candele brillano in ogni parte della casa, l’atmosfera è accogliente, la mente è aperta, lo sguardo sorridente.

Ieri ho visto una toyota land cruiser degli anni ’70, di quelle lunghe, blu, bellissima; 4000 dollari totalmente ristrutturata, motore brillante, e mi è venuta voglia di comprarla, partire, viverci dentro qualche mese, settimo trasloco, cominciare a viaggiare, a girare, visitare aziende agricole tropicali, sfruttarle, stufarsi, ripartire…ho cominciato a sognarmi su strade sterrate sudamericane, su carreteras lunghe quanto la speranza di arrivare in un posto eccezionale, in mezzo a deserti e a guanachi filosofi che ti guardano passare, foreste intensissime che ti fanno sentire animale, al bordo di oceani incazzati, enormi, che anche lì ti senti un nulla, un poveretto che niente ha se non il privilegio di poter guardare, osservare quel mare immenso che ti apre la testa e ti pulisce tutti i cattivi pensieri.

Bello sarebbe; bello sarebbe poterlo fare per qualche tempo; perchè no? E quando se no? Poi è troppo tardi, poi diventa scuro, buio…almeno la sera, più avanti, sarebbe bello raccontare i propi viaggi. Si certo, ci vorrebbe una donna, che mi accompagni e da accompagnare; se no sarebbe come mangiare un piatto di spaghetti alle vongole senza posate e senza tovagliolo: ci si sporcherebbe tutti e ci si pulirebbe nei pantaloni…

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